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Pallavolo: un cazzo di sport

 Sono andato sulle stelle quando mio padre a 10 anni mi disse d'avere per me un cartellino per 10 le lezioni d'equitazione. 

Sognavo cavalli da bambino perché tutti parlavano di cavalli e campioni come una pro-zia.

A tredici anni i miei amici più cari andarono a giocare a pallavolo in una società sportiva. Li seguii al termine dell'estate. 

Insieme avevamo vinto il torneo di pallavolo di una competizione che si chiamava "Olimpiadi Salesiane". Allora i ragazzi erano tanti, tante le discipline. Arrivammo secondi nel basket, qualcosa di atletico era in noi.

Iniziai in autunno quasi per scherzo, per migliorare quelle quattro cosucce che avevo imparato rozzamente al mare, giocando con amici e parenti, sopratutto con uno zio che aveva giocato in Serie A ai suoi tempi.

La società era legata a un'idea in qualche modo ludica della pallavolo, non aveva ancora iniziato a "cambiare marcia". Allenamenti alla buona e tanto divertimento, sopratutto per il mio gruppo che era di seconda, forse terza fascia.

Mi dissero metti le mani così fai così i primi allenamenti, poi nulla.

L'unica soddisfazione arrivò da un cestista che mi vide toccare il ferro del canestro con una certa facilita.

"Quanto sei alto", mi chiese

"un metro e settantatré" risposi

"Caspita allora hai veramente una buona elevazione"

Quasi un presagio. Non mi ero mai reso conto di questo e mai prima d'allora qualcuno mi aveva fatto dei complimenti sportivi, anche se di sport ne avevo praticati parecchi: Nuoto, Atletica, Sci d'Acqua, Basket.

Se lo ricordo ancora è perché è stato uno dei momenti rari nella mia vita in cui abbia ricevuto complimenti.

Persino dopo una delle mie miglior partite in cui la mia percentuale d'attacco era stata quasi del 100%, l'articolista di un quotidiano scrisse che era la squadra avversaria ad aver difeso male.

Forse fu lo stimolo inconscio a continuare.

L'estate successiva al mio primo anno mi ruppi una gamba - dannati motorini - persi 20 kg dei già pochi che possedevo.  Non rinunciai a muovermi. Appena diritto iniziai a giocare a tennistavolo ma su una gamba sola, prima, con la stampella poi, ma senza potermi muovere troppo.

Per divertimento mostravo alle ragazze e non solo, d'essere in grado di schiacciare a canestro saltellando  su una sola gamba. 

Nonostante gli amati cavalli tornai nella società di pallavolo. Non che avessi grandi aspettative, volevo terminare quel che avevo iniziato.

Il giorno che entrerai, un allenatore, mi chiese quanti anni avessi. Senza sapere neppure cosa sapessi fare disse: "sei nel gruppo degli under-15, la settimana prossima inizia il campionato".

Trovai degli amici alcuni nuovi altri noti.  Trovai la rete bassa per i ragazzini e ci andai a nozze. La tecnica complessiva della squadra era, però, molto bassa, perdemmo l'occasione di qualificarci

Tutto sembrava essere cambiato - anche se io il primo anno avevo visto ben poco del settore..

Per la società quell'anno fu un anno di svolta. Arrivò da Milano un nuovo allenatore con una nuova mentalità. La stessa che avevano acquisito da diversi anni due altre società sarde.

Fu una piccola rivoluzione, dagli allenamenti alla conduzione delle partite. Portò anche noi giovani ad allenarci con i grandi.

Così lentamente mi persi... 

Arrivarono nelle giovanili altri due ragazzi che sarebbero stati l'ossatura della prima squadra per oltre 10 anni. Avevano la mia età. Insieme a loro completarono la compagine di serie C nazionale, quattro campioni dall'altra importante squadra cittadina. Loro segnarono il futuro di tutti. Insegnarono la dedizione e l’impegno; tutti sposarono quella stessa filosofia pensando d’avere un futuro.

Come una droga divenne fondamentale partecipare a tutti gli allenamenti, impegnarsi fino in fondo, tornare a casa sudati (quando non c'erano le docce) e stanchissimi. 

Iniziai a giocare diversamente e sempre meglio. Tutti noi giovani avevamo delle carenze tecniche di fondo non avendo iniziato giovanissimi così, fra tanti, rimasero quelli con più doti fisiche.

Faticavamo e ci divertivamo, frequentandoci anche fuori dalla palestra, così per tanti anni, tutti insieme.

La pallavolo mi entrò dentro piano, piano quasi contro una mia certa volontà, per una paio d'anni restò in concorrenza con il cavallo che abbandonai per delusioni cocenti. 

Quel che diventò forte e poi fortissima fu l'amicizia con i compagni. Arrivai quasi a smettere quando un allenatore mi disse d'essere solo la tredicesima scelta. Poi giocai titolare per diverse partite e fummo anche promossi nella serie superiore. 

Ecco quella palla che vola se ti ha colpito ti entra dentro, ti travolge perché, più del basket, è necessaria una coesione e una sintonia. 

Velasco dice che sono cose separate: l'intesa in campo diversa da quella fuori. Certamente, ma l'amicizia e l'unione d'intenti portano risultati anche nella vita

Così dopo 50 anni i miei amici pallavolisti sono sempre i miei amici, fra i migliori in assoluto e la pallavolo resta sempre un'emozione fortissima anche in TV


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